Imparare a crescere grazie al Meyer
Matteo ha avuto la febbre alta per 2 giorni, una brutta tosse e il classico “moccio perenne“. E’ probabile, anche se non abbiamo avutouna diagnosi precisa, che il Principino si sia beccato la cosidetta influenza “suina“, ovvero la famigerata H1N1.
I sintomi ci sono tutti: febbre abbastanza alta, presenza di tosse e/o mal di gola e/o raffreddore, mancanza di appetito e un pò di mal di pancia (specialmente nei più piccoli). In fondo però è un’influenza come le altre e come tale la si affronta. Però 2 giorni in casa con un pupo ammalato e con la Peste Peppina in perenne movimento o peggio vogliosa di altrettante coccole mi hanno sfinito.
E così ieri quando sono montato in macchina per andare al Meyer ho pensato “”"…ahhhh….finalmente posso staccare la spina per un pò…”"”al Meyer?!?!?! No, non funziona così e ho capito subito il dramma dell’affermazione.
Al Meyer ci vado, semmai, proprio per permettere agli altri, in primis i piccoli ricoverati, di distrarsi, di ritrovare un pò di serenità, di allegria, per permettergli, almeno per un pò, di non sentirsi completamente degli ammalati.
Ma non c’è stato bisogno di fare granchè per cambiare il mio errato approccio. Appena sono entrato “nella serra” la luce particolare che pervade quella cattedrale di legno mi ha ricordato dov’ero e soprattutto perchè c’ero e quando ho preso in mano quelle chiavi numero 99 lo spirito giusto mi era già tornato.
Ormai il mio turno settimanale presso la biblioteca è davvero un appuntamento irrinunciabile. Quel luogo, quei volti, quei corridoi e quelle stanze hanno perso quasi del tutto quell’alone di tristezza e di angoscia che avevano i primi tempi. Adesso percorro quei corridoi quasi sempre con il sorriso, spingendo il “mio” carrello del prestito con entusiasmo conscio dell’utilità di quello che faccio e davvero ne ho un gran ritorno.
I volti dei genitori che si rallegrano della possibilità di rompere la monotonia di giornate infinite, lo stupore dei bambini che possono “scegliere” tra decine di volumi direttamente in camera loro, gli infermieri che ormai ci considerano dei “collaboratori“, una sorta di piccolo sostegno… Insomma, sono orgoglioso quando indosso quel cartellino e prendo il timone di quell’ingombrante carrello.
Ma non è sempre una passeggiata… Quei corridoi sono lunghi, sono tutti colorati, illuminati, larghi ma alcuni conducono in zone particolari… ci sono reparti dove molte delle persone presenti sono abbastanza serene ma via via che si cammina è come se questa serenità scemasse in ragione della gravità crescente delle patologie. Quando si arriva nel reparto neurosensoriale si è all’apice di questa discesa e lì io e il mio carrello ci sentiamo drammaticamente fuori luogo.
Nelle stanze precedenti tento di incrociare gli sguardi dei bambini, dei genitori e appena colgo un segno di attenzione, un cenno di curiosità mi proietto dentro, parlo, consiglio, sorrido… Quando arrivo lì, invece, il buio di quelle poche camere sembra più buio, quasi impenetrabile… divento timido, insicuro, guardo dentro ma di sfuggita come sperando che nessuno mi noti.
Ma che ci faccio qui? mi domando… Come si fa a proporre dei libri a dei genitori che stanno affrontando dei drammi che nemmeno riesco a immaginare?
Purtroppo è successo anche ieri… passando vicino ad una stanza ho intravisto un papà e mi sembrava sereno, visto di profilo. Mi stavo avvicinando, ripetevo nella mia testa una specie di presentazione del tipo “”"salve, sono della biblioteca, vi potrebbero interessare dei libri…“”" per sembrare meno impacciato ma quando la visuale si è fatta più ampia ho visto un ragazzo, sicuramente adolescente, affetto da non so quale malattia ma il nome non è importante. Se ne stava sul letto, le braccia contratte, il viso pure e con enorme fatica tentava di ruotare la testa da destra a sinistra… tentava di ruotare la testa con enorme fatica… Suo papà lo guardava e quando l’infermiera ha detto”"”…e bravo… adesso ti riposi poi ne fai altri 10 e così domani, va bene? Bravo davvero…“”" mi sono sentito morire… ho cominciato a sentirmi bruciare il viso, le orecchie… ho avvertito l’arrivo delle lacrime e solo un pronto dietrofront mi ha salvato da un entrata tremendamente fuori luogo.
Ecco, in quel momento il mio carrello mi è sembrata la cosa più stupida del mondo ed io con lui.
Pensare di alleviare qualche dolore “smerciando” libri…
Pensare di essere migliore di altri coetani perchè passo tre ore alla settimana in un ospedale pediatrico…
Pensare di essere “stanco” per aver passato 2 giorni in casa ad assistere un bambino con un pò di febbre…
Mi sono sentito stupido ed egoista e con passo lento ho abbandonato il reparto. C’è molta strada da fare oltre quella già percorsa. In certi ambienti davvero non si può improvvisare e quando ci si sente sicuri ecco che in quel momento la nostra fragilità viene fuori in maniera prepotente. Tra quei corridoi, tra bambini che piangono, vassoi dei pasti, camici blu e colorati, flebo e cateteri io sto crescendo…
Il Meyer, alla fine, continua, paradossalmente, ad essere più utile a me di quanto io a lui o ai suoi sfortunati ospiti…


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