Oggi ho dovuto “punire” Matteo in spiaggia e devo ammettere che questo mi è costato un’enorme fatica; non solo perché questo ha comportato il farlo soffrire e piangere ma anche perché essendo in vacanza i rimproveri sembrano avere un peso ancora più forte, contrastando con il clima di festa generale.
In pratica è successo questo: Matteo stava giocando vicino alla battigia con alcuni giocattoli, tra cui i suoi e quelli di altri due bambini. C’è stato un momento in cui Matteo è rimasto solo e si è goduto appieno l’inaspettata disponibilità di tutti i giocattoli. Ma il magico momento è terminato quando altri due bambini, sconosciuti, si sono avvicinati chiedendo di giocare. Matteo ha subito iniziato una litania già purtroppo ampiamente collaudata, per cui se un bambino prendeva la barca lui la voleva dandogli il camion, salvo poi richiedere subito indietro anche quest’ultimo e così via.
La scena è durata parecchi, interminabili, minuti durante i quali ho cercato più e più volte di farlo ragionare, spiegandogli nella maniera più chiara possibile, che il giocare con i bambini comporta, quasi “inevitabilmente”, lo scambio dei giocattoli e che la “perdita” di un gioco è ampiamente compensata dal piacere di stare con gli altri. Purtroppo tutti i discorsi fatti non hanno sortito alcun effetto e alla fine ho deciso di punirlo.
Prima di farlo l’ho avvertito, gli ho detto che se avesse continuato a concentrarsi su i giocattoli in mano agli altri bimbi piuttosto che a giocare sarei stato costretto a portarlo via ma lui non ha sentito ragioni e alla fine ho raccolto tutti i nostri giochi, ho salutato i bambini e me ne sono andato verso il nostro ombrellone, costringendolo a seguirm.
Matteo è, ovviamente, scoppiato in un pianto disperato e mi ha seguito fino all’ombrellone stando sempre qualche passo più indietro. La scena, come prevedibile, ha suscitato un certo “clamore” soprattutto perché qui non sembrano molto abituati a contrariare i bambini. Comunque, dopo il prevedibile primo impatto, Matteo si è via via calmato e giocando sotto il nostro ombrellone è ritornato allegro e sereno.
Visto che Silvia non c’era, quel momento si è trasformato in una piccola parentesi d’intimità in cui c’eravamo solo io e lui, tranquilli all’ombra, e che si ha permesso di giocare ma anche e soprattutto di parlare. Gli ho spiegato di nuovo che giocare significare stare con gli altri, condividere delle fantasie, delle emozioni, divertirsi e per fare questo non c’è necessariamente bisogno di avere tra le mani questo o quel giocattolo e che soprattutto non bisogna bramare un gioco solo perché questo è nelle mani di un altro.
Non so se la nostra chiacchierata ha illuminato Matteo ma sicuramente la cosa che gli ha fatto bene è stata il castigo, ovvero l’allontanamento da un luogo dove lui voleva stare e l’allontanamento dai bambini e dagli altri giocattoli. Come mi ha consigliato il pediatra, a quest’età le punizioni e i castighi intesi come privazioni della libertà di fare sono sicuramente più efficaci di uno schiaffo o di uno sculaccione.
Come vedete educare non ha proprio limiti e confini e a volte si è costretti a farlo anche tra un castello di sabbia…
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