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Studiare non serve(?)

Questo sembra essere il (drammatico) dato che emerge da un rapporto del Censis. Secondo tale rapporto, infatti, ben l’80% (ottanta!) degli adolescenti Italiani si interroga sull’utilità dell’andare a scuola, ritenendo questa attività “solo un modo per occupare il tempo” (?!). Inoltre il 55% del medesimo campione ritiene l’iscrizione universitaria “scontata” solo per mancanza di alternative.

Ma ci rendiamo conto della gravità di questi numeri? Gli adolescenti di oggi sono il futuro di questo Paese e non è solo una frase fatta; ma che futuro ha un paese i cui giovani si sentono svuotati, annoiati, senza possibilità e soprattutto quando ritengono che “i percorsi di costruzione dello status sociale e del benessere” possono essere altri, prescindendo dall’istruzione?

Io penso che questo futuro sarà sempre più nero se chi ha in mano la possibilità di fare concretamente qualcosa non si sveglia in fretta; e mi riferisco a noi genitori, agli insegnanti e a tutti coloro che intervengono nel processo formativo dei bambini e poi degli adolescenti. Non possiamo pensare e tollerare che i nostri giovani siano e rimangano dei ragazzini ignoranti che badano solo ai vestiti di marca, ai soft drinks, alle consolle, ai videofonini e che si divertano a fare i bulli.

Ovviamente penso che la maggioranza dei giovani di oggi non sia catalogabile in questo modo, ma la minoranza che lo è e che si vede in giro aumenta di unità sempre più in fretta.

Proprio la scuola dovrebbe essere il luogo dove i ragazzi dovrebbero avere la possibilità di acquisire quella maturità e quelle conoscenze tali da fargli capire dove e come collocarsi nel mondo, dove far nascere e crescere un buon spirito critico… invece i nostri ragazzi nella scuola sembrano vederci solo una perdita di tempo, solo un modo per passarlo, il tempo… che tristezza signori miei, che tristezza.

Siamo davvero condannati a sentire sempre più spesso conversazioni del tipo che vi riporto, a cui ho personalmente assistito all’interno di una pasticceria non più di qualche giorno fa:

A: oh, ma ieri era vestita da troia? No perché m’ha detto B “andiamo a casa di C che c’è D vestita da troia…”

D: io vestita da troia? No, macchè! Diglielo anche tu E che ieri non ero proprio vestita da troia…

E:… io non mi ricordo, che portavi…. ma giusto un pò le puppe di fori ma poi per il resto…

D: Visto? Avevo gli stessi pantaloni di oggi e una canottiera con un pò le puppe di fuori ma non ero vestita da troia, m’ha comunque poi a casa di C non ci sono andata…. ma voi ci sareste venuti??? No perchè domani me la rimetto se gli è piaciuta a B….

A:… ma ora si vede… non so che cazzo fare se andare da B a giocare con la Play o bò, magari si va a fumare al parco…

E poi continua, in un baratro di parolacce, urla, battute spinte e doppi sensi lanciati e ricevuti il tutto condotto da adolescenti non più grandi di 14 anni… non aggiungo altro…

In tutto ciò mi ha confortato, e poi capirete perché, leggere una breve intervista a Giacomo Cardaci, 22 anni, autore de “Gli alligatori al Parrini” il quale ha dichiarato che il problema di fondo non risiede nella scuola ma con tutta probabilità nelle famiglie (capito!), le quali difettano dell’idea di investire sull’istruzione dei propri figli, le quali invece di regalare cellulari (con cui filmare scempi a edifici pubblici come quello avvenuto vicino Torino) e motorini (con cui ci si ammazzano) dovrebbero regalare ai propri figli la possibilità di studiare, magari iscrivendoli a corsi d’inglese e magari mandandoli anche all’estero a fare esperienze utili per il loro futuro.

Per cui si ritorna a quanto detto in precedenza: i genitori, che hanno per primi la capacità di influenzare la vita dei propri figli, devono impegnarsi al massimo affinchè in loro non cresca e non maturi un’idea malsana come quella emersa dal rapporto del Censis. Non è un richiamo ad essere bigotti o severi oltre modo ma bensì un appello a ritrovare e coltivare il piacere profondo di infondere ai propri la voglia di studiare, sapere e conoscere…

5 Risposte

  1. Sono uno studente universitario di 22 anni.
    Ho letto il tuo post e permettimi di dire che sbagli, cadi in luoghi comuni, abbastanza gravi a tratti.
    Studiare non serve effettivamente più a niente (…) in termini di posizionamento sociale.Talvolta non serve a nulla neppure sotto in punto di vista prettamente formativo ed umano.
    Non mi dilungo nello spiegarti i motivi , un centinaio di pagine cartacee non basterebbero.
    Se vuoi nel mio blog ho fatto un lungo e pesante articolo che in parte,forse, può aiutarti a capire la situazione universitaria italiana vista dall’interno.
    Ciao.
    Questo il riferimento alla pagina :
    http://giuristidisoccupati.blogspot.com/search/label/L%27universit%C3%A0%20in%20Italia

  2. Nel postare ha pasticciato inserendo faccine che non ci dovevano essere…
    L’articolo si chiama “l’università in Italia “.
    Ciao

  3. Caro Paolo, mi sono preso la briga di leggere il tuo post e poi ho riletto il mio e mi sono chiesto, sinceramente: ma dov’è il problema? Concordo che la situazione della università Italiana si grave, con carenze strutturali enormi, ma rimango dell’opinione che se non si studia, e non intendo solo alle scuole superiori o all’università, ma nella vita in generale, non si va da nessuna parte. Studiare, conoscere, sono azioni che elevano le persone, sono strumenti indispensabili per formare coscienze vere che continuino ad indignarsi e ad impegnarsi per qualcosa. Probabilmente è vero che il mio articolo conteneva luoghi comuni, ma come tali veri e testati con mano. Se in giro c’è maleducazione e scarsissimo rispetto delle regole non è certo un sacrilegio parlarne in un blog, è la realtà, è così purtroppo. In ultimo volevo aggiungere che io sono laureato in economia e commercio e ci sono riuscito grazie alla riforma universitaria che mi ha permesso un riconoscimento di crediti incredibile. Ho vissuto, quindi, l’università direttamente ma anche indirettamente attraverso i racconti e le vite di decine di amici. Quelli che hanno fatto ottimi percorsi e che hanno vissuto l’università in maniera vera, profonda e sentita, oggi sono tutti e dico tutti ottimi professionisti che si stanno affermando… Di contro conosco molti che hanno fatto l’università passando da una festa all’altra e che ora si lamentano perchè i loro curricula non se li caga nessuno… un motivo ci sarà, o no? Non voglio credere che i migliaia di giovani che ogni anno si iscrivono all’università siano mossi unicamente da ragioni di tipo utilitaristico, sul come passare il tempo e non da altro. Non credo che tutti siano consapevoli di buttare letteralmente anni fondamentali delle propria vita…

  4. Ciao, sono Silvio, uno studente di 22 anni.

    Sono al secondo anno in Scienze della
    Comunicazione (dovrei essere al terzo, ma ne ho perso uno in Beni Culturali e sono anche un po indietro con gli esami.) e il tuo tema mi interessa, forse anche perchè si ricollega un po ai miei studi sociologici e psicologici.

    Credo che il problema dei ragazzi che non vogliono più andare a scuola sia un misto di variabili: cultura, famiglia, status socioeconomico, relazioni con gli altri, visione della scuola, visione che “i professori” e gli “adulti” hanno dei ragazzi.

    Nel 2008, oggi come oggi, penso che la scuola non sia più valorizzata per quello che può dare, per le cose che può fornire ai ragazzi, ma più che altro perchè è semplicemente insita come una norma nella cultura occidentale.

    “Vai a scuola, fai una famiglia, trova un lavoro, apri un mutuo, fatti un figlio, mantieni un figlio…ecc..ecc…”

    Per quanto riguarda i rapporti scolastici, ho sempre visto una terribile severità da parte dei professori, severità che, volendo condurre allo “studio” porta quasi sempre all’effetto opposto, generando malcontento tipo “Che professore di merda!” e pensieri del tipo “E’ una materia inutile”

    Pensiamo poi ai metodi di studio. Ce ne hanno mai insegnato? Ci hanno veramente insegnato metodi di studio fin dalle elementari?
    Assolutamente no, eppure la Psicologia risponde di anno in anno a quesiti come “Lettura Veloce” “Apprendimento Veloce” e compagnia bella.

    La scuola e l’università italiana sono due reperti archeologici: sono gestite sempre dai soliti anziani che di anno in anno si trovano sempre davanti nuove e giovani leve, trattate come “ADULTI”

    Gli stessi professori che pretendono maturità da ragazzi forse troppo piccoli talvolta per dimostrarla, si sfogano in atteggiamenti immaturi e in particolari rime in prosa (note sul registro), piuttosto che cercare di capire quale sia la motivazione di ogni singolo studente.

    “A me tanto pagano lo stesso, peggio per te che non vuoi studiare.”

    A volte ragionano proprio cosi’, e allora dico: cazzo fai il professore?

    Ora smetto di perdere tempo e provo a tornare a studiare…benchè ne abbia veramente pochissima voglia O_o…

  5. Ho letto adesso la risposta, scusami ma avevo perso la pagina.
    Tu mi dici che studiare è una via per il sapere e l’autorealizzazione il che è corretto e ovviamente sono d’accordo con te.
    Il problema però è strutturale . L’università è gestita male ( sempre peggio se si va avanti così) e c’è un gap sempre più rilevante tra studio e lavoro.Studiare sta diventando un fattore quasi discriminante (investimento/rendimento) per il semplice fatto che in troppi si cerca di infilarsi in un autobus che può contenere solo una frazione degli aspiranti viaggiatori.Altro fattore è la mercificazione dei titoli di studio che trasforma di fatto la laurea da certificato di un determinato percorso individuale e culturale (si spera) ad oggetto di un fiorente mercato dei titoli.
    L’investimento culturale è tale se c’è la possibilità di renderlo operativo.
    Lascia pure qualche commento su giuristidisoccupati nel caso leggessi qualcosa su cui dare il tuo punto di vista.
    Ciao e buona estate, possibilmente vacanziera ;-)
    Paolo

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