Arriva la neve…
Sembra proprio che il mite autunno ci abbia lasciato.
Oggi tira un vento fortissimo e piove a “secchiate“, segno che la Natura ha deciso di rispettare finalmente il calendario.
Certo non mi dispiaceva quel tepore dei giorni scorsi, quella bella luce e la possibilità di stare all’aria aperta ma in fondo dicembre è vicino, anzi vicinissimo e come sapete io all’arrivo di questo periodo ho un risveglio che definire “ormonale” è poco!
Sento il bisogno della neve, sento il bisogno di perdere lo sguardo su certi scenari, sento il bisogno di quel silenzio, di quel candore… ho già cominciato a navigare tra siti di metereologia e webcam varie aspettando il fatidico primo giorno, quando rimetterò piede sul/nel mio elemento preferito…
Oggi, nel mio vagabondare tra le montagne, ho rivisto l’amato “Nobile Scoglio” e un concorso a cui partecipa. Il Cervino è in finale per essere nominato una delle 7 nuove meraviglie della Natura.
Qui il link del concorso. Io ovviamente ho già votato!
L’amico Bambi
Non so neanche se il nome è scritto giusto. Matteo non me ne ha mai parlato… a me che sono il suo papà!?!?
Insomma mio figlio ha un amico immaginario da quando aveva 2 anni e io non ne sapevo niente, niente!!
Ho sempre desiderato un amico immaginario e ricordo perfettamente che nonostante la mia sconfinata fantasia non sono mai riuscito a visualizzare accanto a me nè un alieno nè un animale parlante. Così ho riposto la possibilità di vivere questa straordinaria esperienza nell’infanzia dei miei figli… e lui, il mio primo rampollo, cresciuto a pane e creatività cosa mi combina??? Trova Bambi e non me lo presenta, nè (soprattutto) mi ci fa giocare…
Ma da dove vengono gli amici immaginari? C’è una specie di pianeta tutto particolare dove dimorano in attesa che qualche pupo nostrano li “evochi“? Oppure vivono in mezzo a noi, opportunamente mimetizzati, e solo i bambini con i loro occhi speciali possono individuarli e parlarci?
Gli amici immaginari sono proprio una strana razza di amici. Di solito compaiono al fianco di primogeniti in crisi per l’arrivo di un fratellino o di una sorellina oppure vicino a quei bambini un pò troppo timidi… li sanno prendere per il verso giusto, ecco qual’è il loro segreto. Gli amici immaginari ci sono solo quando c’è bisogno di loro, non sono per niente invadenti. Conoscono le regole di ogni gioco senza che nessuno gliele spieghi prima, sanno essere propositivi e fedeli al tempo stesso… insomma sono proprio in gamba.
In giro non se ne parla molto; in passato soprattutto si pensava che la comparsa di un amico immaginario fosse sintomo inequivocabile di traumi psicologici, di esperienze dolorose non risolte. Oggi, fortunatamente, questa triste visione è notevolmente cambiata. Di fatto la comparsa di un amico immaginario in giro per casa non è fonte di preoccupazione per la famiglia, semprechè gli altri componenti rispettino la regola d’oro che prevede di non parlare con lui, di non dargli da mangiare nè di preparargli un letto per la notte. Insomma un amico immaginario per un bambino piccolo è un vero e proprio tesoro, molto, molto intimo…
Certo è che se Bambi scorrazzerà (atteso che sia una cerbiatto o un qualcosa di deambulante) ancora per casa nostra fra 8/10 anni allora magari toccherà intervenire in qualche modo, ma in fondo c’è tempo, tanto tempo… lasciamo che Matteo giochi con lui come gli pare, nella massima libertà, consapevoli che non c’è niente di più bello e appagante che le creazioni della propria immaginazione…
Imparare ad amare
Altro post ripescato da “altrove”…
Che titolone, vero?
Questo w.e., complice un viaggetto in macchina con la family e una nuova amica, ho avuto modo di riflettere su questo grande argomento.
Si può imparare ad amare? Ma soprattutto, visto che siamo genitori, si può “insegnare” ai propri figli cos’è l’amore e come lo si coltiva? La risposta è……. forse!
Penso che per insegnare qualcosa a qualcuno, per quanto a dei bambini, è necessario “conoscere” bene (o almeno sufficientemente bene) ciò di cui si parla e nel caso specifico risulterebbe necessario sapere cos’è l’A M O R E e non è poi così scontato come sembra, anzi. Poi c’è da trovare il linguaggio “giusto“, visto che si tratta di un sentimento, del SENTIMENTO per eccellenza, di un qualcosa di astratto e anche in questo caso le difficoltà non sono poche.
Educhiamo i figli, nella maggior parte dei casi, come siamo stati educati, cercando, se siamo degli adulti abbastanza maturi e consapevoli, di smussare alcuni angoli e di introdurre quelle novità tipiche del tempo in cui viviamo. Se riconosco in me come fondamentali certi “pilastri” che mio padre e mia madre hanno eretto a fatica sarò portato ad edificarli anche nei miei figli, ma le tecniche costruttive potranno essere diverse da quelle che si usavano 30 anni fa.
L’amore che mi è stato insegnato era più o meno questo: poca passione (almeno apparente), poca confusione (ovvero io sono tua e tu sei mio da qui all’eternità e non ci sono dubbi) e poco astrattismo (ovvero ora stiamo insieme concentriamoci su altro). Complice l’epoca e la loro condizione sociale di nascita i miei genitori mi hanno trasmesso che l’amore è fatto essenzialmente di una forte, fortissima comunione di intenti, di rispetto reciproco e di poche smancerie. La mia è stata ed è tutt’ora una famiglia felice, unita anche se da quando ne ho messa su una tutta mia non le ho risparmiato forti critiche.
Forse ho accusato questo eccesso di “concretezza” e forse per questo io ho sviluppato un concetto d’amore molto più “romantico” e meno razionale. Viva i colpi di fulmine, viva gli eccessi, i pianti e le follie, viva la voglia di camminare su un filo in precario equilibrio piuttosto che su una larga e piatta strada. Questa è, a grandi linee, la mia “visione” dell’amore. Una visione che però ha tante, tantissime complicazioni rispetto a quella tramandatami.
L’amore può fare anche molto, molto male tanto più se nelle sue acque ci gettiamo senza precauzioni. Le montagne russe ci fanno ridere e impaurire e non si può a priori stabilire quanto in alto vogliamo andare.
Parlando con quest’amica, attenta ascoltatrice, ho detto questo: io vorrei che i miei figli non perdessero mai la capacità di emozionarsi, nemmeno da adulti, da adultissimi; vorrei che fossero in grado, in ogni stagione della loro vita, di trovare qualcosa che li faccia felici, qualcosa che dia a questo viaggio un senso. Che abbiano un/a solo/a compagna/o o cento non è un problema. Non c’è una sola via. Quello che vorrei insegnarli (se a mia volta riuscissi a capire come si fa!) è l’equilibrio tra due abilità: la capacità di affrontare la vita con i piedi ben piantati per terra e la capacità di lasciarsi andare quando se ne sente il bisogno, senza remore.
L’amore è ovunque ed è il motore di tutto, senza di esso ogni gesto rimane fine a se stesso e privo di significato, ogni cosa si ricopre come di una patina grigia che ne nasconde l’essenza. Oggi lo scrivo qui… chissà se sarò capace di spiegarlo un giorno al Principino e alla Peste Peppina… chissà quante e quali domande quel giorno e mille altri mi rivolgeranno sull’argomento…
Io sono l’eletto
Giusto per dare un senso all’ultimo post vi riporto un articolo che avevo pubblicato “altrove”…
Non fatevi strane idee.
Lunedì si è tenuta la seconda assemblea di classe del Principino. Tema del giorno le elezioni dei rappresentanti di classe di ogni singola sezione, fare il punto della situazione ad un mese dall’avvio dell’anno scolastico e poi i colloqui privati per i genitori dei bambini al primo anno.
Matteo, pur essendo al suo secondo anno di materna, è, di fatto, nuovo in quell’istituto e in quella classe ed è per questo che le maestre hanno ritenuto, giustamente, di parlarci direttamente per conoscerci meglio e per verificare insieme come vanno le cose.
Quando abbiamo cominciato la riunione generale ho dato uno sguardo in giro e purtroppo ho constatato l’assenza di più della metà dei genitori. Possibile, mi chiedo io, che una mamma o un babbo (non dico entrambi come noi che forse siamo dei privilegiati ad avere così tanto tempo libero e dei nonni vicini e disponibili) non abbiano trovato un’ora un qualunque lunedì per andare alla scuola del proprio figlio/a a sentire come vanno le cose, se ci sono dei problemi o comunque ad eleggere colui o colei che poi per tutto l’anno sarà il ponte fra la scuola e loro?
Io penso che davvero pochi degli assenti avranno avuto delle valide giustificazioni, degli impedimenti davvero degni di questo nome. Per il resto, e questa è una mia personalissima opinione, credo che molti se ne siano semplicemente fregati. Hanno ritenuto con superficialità che fosse una cosa di cui se ne poteva fare a meno e questo è sintomatico. Sintomatico del fatto che la scuola dell’infanzia venga vista, nonostante l’importanza che ha per la delicata età che hanno i bambini che la frequentano, come una specie di semplice “parcheggio“, un luogo dove i nostri figli vengono “abbandonati” rispetto alle nostre cure per 8 ore al giorno, 5 giorni su 7.
E invece non è così. Non ho le competenze per parlare dell’importanza della scuola dell’infanzia, per parlare di psicologia infantile, di autostima e quant’altro ma sicuramente so che quel luogo e quelle persone dove mio figlio passa molto, moltissimo tempo non possono essere viste solo così. A loro è affidato un compito importante e delicato e la scelta della scuola dovrebbe essere un passaggio ben ponderato.
Ovviamente partendo da un presupposto così le riunioni e le altre incombenze scolastiche diventano inutili o quasi; il ragionamento è questo: se succede qualcosa di grave me lo faranno sapere altrimenti vuol dire che va tutto bene e avanti così fino all’estate prossima (quando, aggiungo io, il parcheggio chiude e ahiloro bisogna pensare tutto il giorno ai pargoli…).
Comunque, tornando alla riunione, la situazione che è emersa non è confortante. La classe del Principino è purtroppo l’unica fortemente mista: nel plesso ci sono 4 sezioni, di cui 2 omogenee, (bambini della stessa età), 2 disomogenee, di cui una con bambini di 4 e 5 anni e quella del Principino dove su 24 bambini ce ne sono circa la metà sui 4 anni, 5 di 5 anni e il resto di anni 3. Questa eterogeneità è fonte di problemi perchè ovviamente le attività dovrebbero essere diversificate ma vista la scarsa (o scarsissima) compresenza delle due insegnanti questo è pressochè impossibile. Se poi ci mettiamo anche il fatto che su 24 bambini 13 sono di nazionalità estera e che molti di questi parlano poco o niente l’Italiano si comprende quali difficoltà incontrino le maestre nell’affrontare o meglio nel tentare di svolgere qualsivoglia attività. Perchè il punto dolente è questo: le attività messe in programma non sono ancora partite per diversi problemi tra cui quelli sopra elencati e non ultimo il fatto che l’intera classe sembra refrattaria a seguire delle regole… anzi le regole.
Intendo quelle basilari, del tipo: si mangia stando seduti, si inizia un’attività tutti insieme e la si finisce, si rimettono i giochi a posto, si ascolta la maestra… insomma regole semplici eppure sembra di difficile applicazione, sembra che tutti i loro sforzi siano concentrati sul farsi “rispettare” e sul cercare di tenere i bambini concentrati almeno un minimo su un’attività alla volta. Spero che le cose cambino in fretta perchè vorrei che il Principino iniziasse ad imparare qualcosa e soprattutto a divertirsi nell’andare a scuola… vedremo…
Come dicevo l’occasione era anche quella di eleggere il rappresentante di classe. La simpatica ragazza dell’anno prima ha declinato l’invito ad essere rieletta per sopraggiunti motivi di lavoro e così nella classe è piombato il classico “gelo” con la gente che si guardava i piedi, o fuori o che fischiettava. Insomma nessuno si è fatto avanti ed io che invece smaniavo già dall’anno scorso di essere finalmente parte attiva nel percorso scolastico del Principino alla fine ho guardato Santa S. negli occhi e dopo aver avuto la sua benedizione mi sono candidato.
Ovviamente non essendoci alternative sono stato eletto con scrutinio super segreto e super veloce.
Adesso spero davvero di fare qualcosa di concreto partendo, innanzitutto, dal coinvolgere maggiormente tutti i genitori specialmente quelli dei bambini stranieri che non devono essere dei fantasmi ma attivi partecipanti della vita della scuola per integrarsi maggiormente, come fanno i loro figli frequentandola. Non mi illudo di cambiare chissà che cosa ma alla fine la scuola, la classe non è nient’altro che una piccola comunità, dove ognuno di noi può dare il suo prezioso contributo.
Il mio primo consiglio di classe
Lunedì scorso ho partecipato al mio primo consiglio di classe.
Sulle pagine di questo blog non ho riportato l’esperienza della mia “elezione” (ero l’unico candidato!) perchè ne avevo parlato dov’ero scappato ma mi riprometto di trascriverla a breve.
Di fatto lunedì c’è stato il mio primo impegno ufficiale e vi confesso che ho preso la cosa molto seriamente. Sono arrivato con il solito “netto anticipo Canneori” (20 minuti prima!?!?) e nell’attesa ho controllato più volte di avere con me il taccuino e la penna!!! Mi era stato accennato che c’erano da prendere appunti per poi informare i genitori e non volevo assolutamente perdere neanche una virgola.
Fortunatamente tutti, maestre e rappresentanti, mi sono sembrati partecipi, attenti; non ho visto facce svogliate e questo mi è sembrato almeno un buon inizio. Sono consapevole che per le maestre al termine di una giornata con 20/25 bambini non dev’essere semplice spendere altre 2 ore per confrontarsi con i genitori e lo stesso vale forse per i rappresentanti che magari arrivano dopo 8 ore di ufficio e una buona dose di traffico! Comunque mi è sembrato che tutti avessimo gli stessi buoni propositi, ovvero quello di rendere sempre più proficua, piacevole e costruttiva l’esperienza della scuola per i nostri bambini.
Tra i tanti argomenti che sono venuti fuori ce ne sono stati un paio particolarmente sentiti: gli atteggiamenti violenti di alcuni bambini e la difficoltà per le maestre di portare avanti una certa didattica vista la presenza di molti bambini stranieri.
Purtroppo è stato sottolineato come tanti bambini, specialmente maschi, continuino, pur essendo molti di loro al secondo o terzo anno, ad essere violenti e aggressivi con gli altri. Questi bambini tendono a concentrarsi in gruppi e non riescono a fare altre attività se non litigare con spintoni e botte. Non riescono ad instaurare un legame che non comporti una certa “fisicità” nè a fare dei giochi insieme. Se uniamo a questa tendenza anche il fatto che spesso le maestre sono da sole visto il drastico calo delle compresenze si capisce benissimo in quale clima queste devono lavorare. Purtroppo è un comportamento diffuso; in certe sezioni più esasperato che in altre ma soprattutto nelle classi eterogenee (presenza di bambini con età diverse) è stato notato un generale scarso rispetto delle regole.
C’è poi la questione dei bambini stranieri. In classe di Matteo ce ne sono 13 su 24, ovvero più del 50% mentre nelle altre classi la concentrazione è un pò minore. Il problema è che tanti di questi bambini non parlano l’Italiano nè lo comprendono. E questo cosa comporta? Che certe piccole attività diventano di difficile attuazione, come leggere le favole o spiegare le regole di un gioco. Allora capita che i bambini non sentendosi partecipi si allontanano iniziando autonomamente delle attività e questo porta instabilità nella classe e le maestre devono compiere uno sforzo maggiore per tentare di ricoinvolgere tutti.
Per quanto riguarda il primo problema, ovvero la violenza e il diffuso scarso rispetto delle regole non ho difficoltà ad immaginare che la questione non sta a scuola, ovvero che il problema dell’ingestibilità dei bambini un pò troppo irrequieti non sia da ricondurre alle maestre e al solo ambiente scolastico ma soprattutto ad una scarsa collaborazione dei genitori che spesso, troppo spesso, prendono sotto gamba l’importanza della scuola dell’infanzia, riducendola a mero parcheggio per i propri figli in vista dell’inizio della scuola “vera“.
Se i primi a non ascoltare ciò che dicono le maestre sono i genitori come possiamo sperare che certe regole le rispettino i bambini? Se un bambino si comporta male e la maestra lo riferisce alla mamma (solo per fare un esempio) e questa invece di punirlo o sgridarlo lo premia portandolo al parco o gli da una bella merendina lo sforzo della maestra sarà stato del tutto inutile. Il genitore in quel momento avrà vanificato lo sforzo dell’insegnante, avrà sminuito la sua autorità davanti agli occhi del bambino. Purtroppo questo accade sempre più sovente perchè è diventato inaccettabile essere criticati, non si tollera che il proprio figlio venga ripreso, non si tollera che i comportamenti del proprio figlio vengano associati ad una scarsa o pessima educazione. L’equazione è: se mio figlio si comporta male vuol dire che l’ho educato male, se mio figlio è cattivo o violento lo sono anch’io, se mio figlio è un pessimo elemento lo sono anch’io. In realtà questo è parzialmente vero. E vero che molto dipende da noi genitori, che molto dipende da ciò che vive il bambino a casa ma ci sono anche altre variabili da tenere in considerazione e soprattutto bisogna capire che se c’è qualcosa che non va questo non vuol dire essere messi alla gogna.
Vuol dire prendere consapevolezza che effettivamente qualche errore è stato fatto e iniziare, genitori e figli, a rimediarvi; tutto qua. Fare come gli struzzi, nascondendo la testa sotto la sabbia e ridimensionare sempre tutto come se fossero episodi sporadici o fare una scrollata di spalle e dire “…purtroppo questo è il suo carattere…” non aiuta nessuno, nè il bambino in futuro, nè il nostro rapporto con lui, nè la scuola.
Per quanto riguarda il discorso dei bambini stranieri io sono felice che ci siano perchè ritengo sinceramente che l’integrazione, così tanto strombazzata, o avviene a scuola, da piccoli, da piccolissimi o diventa sempre più difficile. Se un bambino di 3 anni impara l’Italiano o almeno qualcosina è facile che lo trasmetta ai genitori, diventando lui, il più piccolo, una sorta di grimaldello, qualcosa con cui forzare certi isolamenti in cui le comunità di stranieri spesso si immergono. E’ attraverso di loro, dal basso oserei dire, che si possono cambiare certi atteggiamenti, smussare certe ostilità. Per Matteo, che il suo compagno abbia gli occhi più o meno a mandorla non interessa, l’importante è che giochi con lui, che gli sorrida, che si divertano insieme. Spesso non si chiamano per nome, non fa differenza se si chiama Xiang o Mohamed il bambino al suo fianco, l’importante è ciò che fanno insieme, ciò che condividono, perchè in fondo sono “solo” bambini, nè gialli, nè neri e di tutti gli stupidi pregiudizi che abbiamo noi adulti e questa stupida società semplicemente se ne fregano.
Il vero problema sono le risorse, perchè affrontare l’integrazione non è facile, ci vuole tempo, ci vogliono insegnanti preparate, ci vuole materiale adatto. La scuola invece sembra essere carente in tutto questo. Le ore vengono tagliate, la compresenza è sempre più scarsa e di materiale neanche l’ombra. Non si può sempre contare sul buon cuore e sulla capacità di improvvisare del personale che lavora. Ci vogliono investimenti e non parlo di milioni di euro, ci vuole solo più attenzione perchè spetta allo Stato fare il primo passo, mettere genitori e bambini stranieri nella condizione di potersi sentire “a casa“, senza ulteriori attriti, senza inasprimento delle differenze culturali. Si parla di integrazione, di politiche sociali, ma basterebbe davvero poco per far andare le cose meglio di così.
Fate le differenze non fate le preferenze
Post ripescato da quella piccola landa dov’ero migrato in gran fretta e in gran segreto.
Il titolo è l’ultimo “illuminante” insegnamento delle tate di La7.
Ormai l’appuntamento della domenica con le tre agguerrite educatrici è diventato un must… un pò per confrontarsi con altre realtà familiari, un pò per rincuorarsi vedendo che c’è chi sta peggio e un pò perchè davvero non si finisce mai di imparare… soprattutto nel mestiere più difficile del mondo.
Nella puntata odierna tata Francesca ha detto proprio la frase riportata nel titolo a dei genitori siciliani in difficoltà con i loro tre figli; una frase che mi ha riportato indietro nel tempo, esattamente a venerdì, ora di pranzo.
Ero a casa, complice una visita dal pediatra fissata per le 11 per il Principino.
Con l’aiuto di mamma in partenza per la terra natia per la raccolta delle olive, alle 12:30 io, il Principino e la Peste Peppina siamo seduti tutti e tre a tavola intenti a mangiare. C’è un’ottima atmosfera. Sono sereni. Loro sono allegri. Niente giocattoli sulla tavola, nè libri. Noi tre e basta. Si parla, si ride, scherziamo a vicenda. Nel vederli così vicini, da solo, ho avuto modo di ammirarli e immancabilmente di confrontarli.
Il Principino è loquace ma il suo piatto “piange“, tra un parola e l’altra si scorda letteralmente di mangiare, si guarda intorno, sogna, io credo, potrebbe rincorrere delle farfalle anche su un’autostrada tanto i suoi pensieri lo rapiscono.
La Peste Peppina invece è concretezza allo stato puro. Faccio per imboccarla ma lei mi fulmina con lo sguardo come Re Leonida nel film “300” e poi mi dice “…da sola” levandomi il cucchiaino di mano!!! Balla nel seggiolone, ma appena deglutisce non perde nemmeno un minuto per prendere un altro boccone. Ride ma se nel suo raggio visivo passa una qualsiasi pietanza si concentra come un puntatore laser e non c’è verso di non dargliela.
Ecco le loro differenze, solo per citarne alcune. Stargli vicino e starci da solo è un’occasione meravigliosa, un punto di vista davvero privilegiato. Nessun aiuto ma neanche nessun disturbo, si fatica ma ciò che se ne trae è prezioso, preziosissimo. Si comprende anche se dentro di noi alberga davvero una classifica, se, anche inconsapevolmente, in noi si è creata una simpatia speciale, un’inclinazione, diciamo così…
Io, nel caso specifico, mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
Non posso dire sinceramente se sono “imparziale” anche perchè la loro differenza di età mi porta ad avere comportamenti diversi, magari più tolleranti con la Peste Peppina e più rigidi con il Principino. Comunque capire che sono “diversi” è già qualcosa, io credo. Non pensare che siano semplicemente due bambini nati nella stessa famiglia e perciò uguali è un buon punto di partenza.
Stasera ho avuto anche la conferma di una mia idea: il numero ideale di figli, secondo me, è 2. Un figlio solo, unico, rischia di avere troppo, anche tutto ciò che è negativo e tre, come spesso si vede nelle puntate delle tate, sono davvero troppi per genitori che spesso lavorano entrambi. Ci tengo a sottolineare che è assolutamente un’idea personale, niente di assoluto ma più passa il tempo più mi convinco di questa idea: due figli rapprensentano un equilibrio, specialmente se di sesso diverso.
I bambini imparano ciò che vivono
Le ho lette nello studio del pediatra di Matteo e Cecilia.
Tutte insieme compongono un piccolo poster che ha come sfondo un tenero orsetto.
Non gli avevo mai dedicato tanta importanza ma l’altro giorno ci sono passato proprio davanti e mi sono messo a leggere. Alla fine ci sono rimasto inchiodato per parecchi minuti e per la paura di dimenticarle ho fatto pure una foto con il cellulare!
Sono piccole e semplici frasi ma mi hanno come folgorato. Certe volte le sento lontane, mi sento lontano da certi insegnamenti e vorrei invece imprimermele a fuoco nella testa e nel cuore per non farle sfuggire più…
Eccole:
Se il bambino viene criticato impara a condannare.
Se vive nell’ostilità impara ad aggredire.
Se vive deriso impara la timidezza.
Se vive vergognandosi impara a sentirsi colpevole.
Se vive trattato con tolleranza impara ad essere Paziente
Se vive nell’incoraggiamento impara la Fiducia
Se vive nell’approvazione impara ad apprezzare
Se vive nella lealtà impara la Giustizia
Se vive con sicurezza impara ad avere Fede
Se vive volendosi bene impara a trovare AMORE ed AMICIZIA nel mondo.
Non credo ci sia da aggiungere altro. Spero di imparare, una volta per tutte, a metterle in pratica.
L’incoerente Canneori Family daddy blogger
Alla fine dovrò chiamarlo “L’incoerente Canneori Family Blog” vista la serie infinita di travagli, ripensamenti, uscite di scena, smentite e post a volte fitti come fiocchi di neve in dicembre e altre volte rari, solitari… quasi dei silenzi…
Sono tornato, questa è la novità e per l’ennesima volta mi sono smentito.
Nell’ultimo post avevo spiegato le ragioni del mio abbandono. Questo spazio non mi rappresentava più, mi sentivo troppo esposto, sentivo di aver osato troppo, di aver varcato un confine che non avrei dovuto oltrepassare… c’erano tante motivazioni e alcune di esse sono tutt’ora valide.
Cos’è cambiato, allora? Come si può dichiarare, poco più di un mese fa, di aver preso (dopo tanto pensare…) una certa faticosa decisione, la decisione di abbandonare questo spazio, questo diario e poi tornarci a scrivere così come se niente fosse??? Se siete degli incorenti come me si può, semplicemente questo… Ma la questione è un tantino più profonda.
In questo mese è cambiato molto, non dico tutto ma molto. Mi sono riconciliato con una parte di me, con quella parte di me che in questo spazio, a poco a poco, si era sentita un estraneo. Ma non ho fatto tutto da solo… anzi… praticamente non ho fatto niente. Ho ascoltato, semplicemente questo. Ho ascoltato e quando sono giunte certe parole è stato come assistere all’arrivo del sole dopo un brutto temporale; piano piano la luce si è fatta via via più viva e ciò che era in ombra è tornato a splendere.
Questo diario, questo spazio era in quell’ombra e adesso, fortunatamente, non lo è più, ed io con lui… almeno per un altro pò… Non so davvero, in tutta sincerità, quanto durerà, quanto coerente riuscirò ad essere da qui in avanti ma ci proverò.
Voglio essere naturale, vero…
…ciao…
Sono ormai giorni, settimane che ci penso e ripenso e credo che sia giunta l’ora di affrontare questa cosa una volta per tutte…
Di che cosa parlo?
Del fatto che vorrei chiudere questo blog o meglio vorrei migrare altrove… So che la notizia, per quei pochi che mi conoscono e che mi “leggono” può apparire incompresibile, drastica, eppure da tempo, ormai da troppo tempo trovo alcune cose “insopportabili“… Ho commesso degli errori nella gestione di questo spazio e solo ora mi accorgo di quanto mi pesano. Non vi annoierò su cosa e sul come ma di fatto questo spazio non mi rappresenta più come vorrei. Tutto qua. Semplicemente.
Non intendo cancellarlo perchè non voglio perderne i contenuti ma penso seriamente che questo sia il mio ultimo post. Non mi spaventa cambiare strada perchè in ogni cambiamento c’è qualcosa di buono, l’ignoto da esplorare, la voglia di intraprendere nuove strade, però mi dispiace abbandonare questo progetto che mi aveva entusiasmato moltissimo.
Vista la mia passione per la scrittura penso che non starò molto senza un nuovo diario, magari più anonimo e con una visione più ampia su me stesso rispetto a questo e spero dipoter ricreare il flusso di contatti che ha animato queste pagine.
Non mi piacciono gli addii per cui la chiudo qua.
Sono sicuro che molti di quelli che ho conosciuto durante quest’avventura li ritroverò anche perchè a volte la “blogosfera” non sembra così infinita e ringrazio anticipatamente tutti quelli che invece d’ora in avanti si imbatteranno in questo mio piccolo pezzo di cuore abbandonato…





Le vs. opinioni